I Fratelli Bandiera

Il Risorgimento è l'epoca storica in cui, attraverso una serie di martiri, di moti e di guerre, l'Italia, divisa in Stati e staterelli, riuscì a darsi una unità di nazione e un Attilio ed Emilio Bandieralibero ordinamento costituzionale. La Sila fu teatro di alcuni episodi emblematici del periodo risorgimentale che, indicativamente, va dal 1820 al 1870.
 Il 13 giugno 1844 i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, in servizio presso la Marina Austriaca e appartenenti alla Giovane Italia di Mazzini, partirono da Corfù con 17 compagni, il brigante calabrese Giuseppe Meluso ed un corso di nome Pietro Boccheciampe. Avevano avuto notizie, risultate poi false, di una sollevazione popolare in corso in Calabria. Lo sbarco avvenne presso la foce del Neto, vicino Crotone, nella sera del 16 giugno.
 Pernottarono nel casolare dei Poerio e dai guardiani appresero che la rivolta di Cosenza del 15 marzo precedente era stata soffocata nel sangue e che, nella zona, non era in corso alcuna ribellione. Decisero di tentare ugualmente l'impresa e la sera del 17 giugno partirono verso la Sila nell'intento di arrivare a Cosenza.
 Il corso Boccheciampe, constatata l'infondatezza delle notizie che avevano spinto il gruppo ad imbarcarsi, si dileguò dirigendosi verso Crotone dove arrivò la mattina seguente e dove si precipitò dalla polizia a denunciare i compagni.
 Il sottintendente di Crotone, raccolta la delazione, inviò delle pattuglie a cavallo alla ricerca della banda e fece pervenire un avviso ai capi urbani di Cirò, Crucoli, Belvedere, Spinello mettendoli in allarme.
 Il gruppo fu intercettato, verso la mezzanotte del 18 giugno, presso il valico di Pietralonga nei pressi della sommità di Timpa del Salto, dalle guardie civiche di Belvedere. Ne seguì un violento scontro a fuoco in cui persero la vita il comandante delle guardie Domenico Arcuri, suo nipote Nicola Rizzuti e rimase ferito il gendarme Bernardo Chiacchiarelli che morì alcuni giorni dopo per l'incancrenirsi delle ferite riportate.
 Dopo il conflitto di Pietralonga, il drappello dei patrioti accelerò la marcia e verso mezzogiorno del 19 giugno, giunse al casino del Vuldoj di proprietà dei Lopez, una famiglia di feudatari sangiovannesi.
 Intanto era stata avvertita la guardia municipale di Caccuri che iniziò a perlustrare il territorio alla ricerca di quella che era ritenuta una pericolosa banda armata di briganti. Nel pomeriggio partiva da Caccuri per S. Giovanni in Fiore l'avviso urgente che il gruppo armato era stato avvistato in località Lacòni ed era diretto verso il grosso centro silano.
 La guardia urbana di San Giovanni in Fiore si mobilitò rapidamente e affiancata, sicuramente, anche da privati cittadini si mosse verso quello che si credeva un aggressore. I sangiovannesi si appostarono sulla strada per Crotone, dopo il valico sul monte Gimmella, in località Stragola, all'inizio della pineta silana.
 Ed è qui che arrivarono verso sera, ormai stremati, i venti patrioti. Il conflitto a fuoco fu violentissimo, caddero nello scontro Francesco Tesei e Giuseppe Miller. Gli altri furono tutti catturati meno il Meluso che, conoscendo bene il luogo, riuscì ad aggirare lo sbarramento dileguandosi nella foresta silana. Si costituì alcune settimane più tardi e nel processo fu condannato a 14 anni di galera.
 I prigionieri, ritenuti briganti, furono malmenati e spogliati dei loro averi. Vennero condotti a S. Giovanni in Fiore dove passarono la notte nel Palazzo del Barone tuttora esistente. Portati a Cosenza e processati furono condannati a morte. Il 25 luglio, nel vallone Rovito, Attilio ed Emilio Bandiera furono fucilati insieme con altri sette compagni.
 Il Re Borbone ringraziò la popolazione di San Giovanni in Fiore per la prova di dedizione ed attaccamento alla Corona ed all'ordine pubblico con medaglie d'oro e d'argento, generose pensioni e con un decreto reale, del 18 luglio, con cui concedeva privilegi fiscali al comune silano.

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