Il testo di Misasi che riportiamo fedelmente di seguito è tratto dal suo celebre libro dedicato all’altopiano silano, Il gran Bosco d’Italia. Del brano che pubblichiamo non abbiamo cambiato una sola virgola: abbiamo aggiunto soltanto alcune righe bianche per migliorarne la leggibilità.
Si tratta di un testo dedicato alla vita e all’opera di Gioacchino da Fiore, affrontate con un taglio insolito e lontano dai trattati, spesso tediosi, degli studiosi del celebre monaco calabrese, ricordato anche da Dante Alighieri nella Commedia. Lo scritto, come lo stesso Misasi ammette, tralascia completamente la trattazione del messaggio gioachimita e delle opere di Gioacchino, cercando di focalizzarsi soprattutto sul rapporto del profeta con la sua Sila. Non mancano, nella narrazione, alcuni risvolti piuttosto piccanti.
Per approfondire la figura di Gioacchino da Fiore visita il sito del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti: https://www.centrostudigioachimiti.it/ e questa pagina del portale Silaonline. Notizie su Nicola Misasi, invece, sono disponibili in questa pagina.

Da “Il Gran Bosco d’Italia”
Ed eccoci ora all’Abate Giovacchino che fu il primo coi suoi monaci ad abitare stabilmente la Sila ed a fondare l’unica borgata veramente silana che vi si incontra dopo molte e molte ore di cammino fra i boschi e su pei monti, S. Giovanni in Fiore. La fama di cotesto frate dovette esser grande assai nel Medio Evo se dalle rupi calabresi giunse in Toscana; bene è vero che l’abate viaggiò molto e visse lungamente. Non credo opportuno impigliarmi nelle tante questioni che i dotti han suscitato intorno a lui ed alla sua dottrina; mi limito a raccontarne brevemente la vita che fu quanta altra mai avventurosa.
Nacque nel 1111 in Celico, paesello alle radici della Sila, da Mauro, notaio, e da Gemma, donna di esemplari costumi; ed attese fin dalla prima giovinezza agli studi delle umane lettere, volendo il padre farne un notaio; ma il fanciullo aveva già dato un tuffo nel misticismo e preferiva di starsene prostrato su un sasso della sua vigna adorando il Signore. Il padre, che non voleva aver fra i piedi un fannullone, lo mise, sebbene Giovacchino fosse giovanissimo ancora, come apprendista presso il Giustiziere di Calabria, un eunuco, saraceno di origine, che il re Ruggiero aveva preso al suo servigio. Pare che cotesto eunuco avesse una madre, alla quale, quantunque vecchiotta, piacevano i giovanetti tenerelli, onde un giorno Giovacchino, che pel suo ufficio era costretto a frequentarne la casa, corse il rischio di perdere il prezioso fiore della verginità che la vecchiaccia lussuriosa gli voleva ad ogni costo rapire; ma egli, dice il suo biografo nella Calabria Sacra e Profana, ebbe la forza di svincolarsi e di fuggire; io però dell’esser fuggito non gli fo un merito; da una vecchiaccia come quella sarebbe fuggito ognuno pur non essendo nè santo nè profeta.
Ebbe un impiego nella Corte di Palermo, poi tornò a Celico ove visse parecchio nella solitudine, indi ne ripartì per un pellegrinaggio in Terra Santa. Al ritorno, che già toccava i trenta anni, gli capitò una sera di chiedere albergo per una notte ad una vedova che era altrettanto giovane e bella quanto nobile e ricca, la quale al primo vederlo si invaghì così di lui, come egli stesso poco discretamente narrò poi al Beato Luca, che con vezzi e con moine gli fece capire chiaro e tondo che si sarebbe arresa al primo assalto. In questo l’esser profeta non giovò punto al mio santo concittadino, che altrimenti sarebbe fuggito prima che lei lo inducesse in tentazione; ma forse ben si può leggere nel futuro, ma neanche chi è dotato di spirito profetico può leggere nel cuore di una donna. Giovacchino che aveva fatto lo gnorri, andò a letto, disse le orazioni e poi chiuse gli occhi per addormirsi nel sonno dell’innocenza, quando si intese stretto da due braccia morbide e tenaci e sul corpo intese un corpo fresco ed odoroso che con la bocca ardente ne cercava la bocca e con occhi sfavillanti si offriva supplichevole. Giovacchino, è sempre lui che narra il fatto, si sciolse da quell’amplesso, balzò dal letto e corse in cantina, ove passò la notte in orazione steso bocconi sopra un fascio di legna. Il fascio di legna mi fa sospettare che il poveretto sentisse bisogno di mortificare la carne che al certo non era rimasta del tutto insensibile. Sfido io; è vero che in questo poi consiste la santità. Noto però che il mio illustre concittadino si compiaceva troppo nel raccontare di queste avventure, da far supporre che fosse alquanto vanesio e che le cose non fossero avvenute precisamente come egli voleva far credere al Beato Luca, un furbo od un babbeo anche lui. Del resto, sia come si voglia, ce l’ha il suo posticino in Paradiso. (Vedi Canto XII, terzina 47′).
Tornato in Calabria si diede a vagare pei tanti conventi che in quei beati tempi sorgevano ovunque; ed inoltre si diede a scrivere le Concordanze del Nuovo col Vecchio Testamento ed il Salterio. Per ottener l’assenso di divulgare tali opere, andò a Verona, ove soggiornava il Papa Urbano III che lo accolse con gran festa e con gran lodi. Poi si diede di nuovo a pellegrinare, sicché è una gran fatica il tenergli dietro; ovunque metteva stanza accorreva gente di ogni condizione per farsi dir la ventura, onde egli seccato forse di dover profetare ogni giorno, pensò di ridursi in una alpestre solitudine ove non fosse facile andare a rompergli le scatole.
Conosceva un luogo della patria Sila detto Fiore, forse perché il più pittoresco, il più ubertoso, e anche il meno accessibile pei corsi d’acqua, i burroni profondi, i boschi impenetrabili, i perfidi acquitrini. Ivi con pochi monaci che costrussero delle capanne si stette nella beatitudine, tanto più che in fondo al piano infieriva con tutti i suoi flagelli la guerra accesasi dopo la morte di Guglielmo il Buono, mentre colassù era tutto pace ed abbondanza. Ma il diavolo, come dice il biografo, aizzò contro l’Abate l’animo dei Regi Ministri di Val di Crati, che l’accusarono di avere usurpato i beni del Fisco; onde Giovacchino risolse di andare di persona dal re Tancredi per la concessione del luogo occupato, concessione che ottenne nel 1190 con un di più di cinquanta some di grano per ogni anno e trecento pecore. Tornato a Fiore si diede a edificar la chiesa in onore di S. Giovanni, della B. Vergine e del-lo Spirito Santo. Ma a S. Giovanni toccò l’onore di dare il nome alla borgata che man mano sorse intorno alla chiesa ed al convento, ed oggi conta sedicimila abitanti, i quali vivono della Sila e per la Sila ed è gente di svegliato ingegno, di indole fiera, che ha molto delle antiche virtù, ultimo avanzo di una età già trascorsa.
Ed è questa su per giù la storia dell’Abate Giovacchino, senza bene inteso i suoi miracoli, le sue profezie, le sue dottrine che si possono trovare in tutti gli storici della Chiesa e che ho omesso sospinto dalla via lunga che pur dovrò percorrere in breve ora.